Facciamo Il punto della situazione. Per via dei testi che ci arrivano, è evidente che occorra creare una lista di indicazioni grammaticali e redazionali per l’invio di qualsiasi testo alla nostra casa editrice (e altrove) con linee guida precise e universali.

Vista la crescente confusione, alimentata anche da pressapochismo da parte di alcuni editori, riguardo le norme grammaticali e gli standard redazionali, abbiamo stilato una lista di facile consultazione per i tanti (troppi) errori e le pratiche scorrette che vediamo nei testi in arrivo.

Ovviamente non pensiamo di poterci sostituire a una sessione di editing su misura, ma puntiamo almeno a rendere più pulito e leggibile qualsiasi scritto. Questi sono solo alcuni punti critici che affrontano errori troppo comuni e preferenze che abbiamo nella valutazione dei testi.

Scegliere le virgolette e come comportarsi con la punteggiatura

Iniziamo dal riportare i dialoghi: si possono scrivere fra i segni « », dette serpentine o caporali, oppure attraverso l’utilizzo dei trattini lunghi.

Riguardo i trattini, c’è da ricordare che quello di chiusura va soltanto quando la frase continua, mentre va omesso durante lo scambio di battute.

Esempio: – Vado a fare la spesa – disse Giulio.

Diversamente, se c’è uno scambio di dialoghi o la frase non continua, l’esempio diventerebbe:

– Ora esco e lo prendo per il collo

– Giulia non puoi, sei in pigiama

– Non me ne frega niente!

Oppure:

La porta gli si chiuse alle spalle, mentre diceva una sola frase, eloquente.

– Ora lo prendo per il collo

[…]

Non è necessario il punto di chiusura nel dialogo

 

IMPORTANTE: e le virgolette? Le care, vecchie, parole virgolettate da citazione? Proprio come nei giornali, usiamo questo segno per riportare soltanto i pensieri non ad alta voce dei personaggi, senza utilizzare il corsivo. Possono essere invece scritte in corsivo le citazioni di manifesti, oggetti, trasmissioni radiofoniche o televisive, messaggi scritti e parole non di uso comune, come termini speciali, nomi di brand e insegne di un locale, così come i titoli di un film o un libro. 

Se si sta citando qualcun altro, magari in un saggio, la regola è di riportare la citazione in corsivo insieme alle virgolette.

 

IMPORTANTISSIMO: non inserire i punti all’interno dei dialoghi! Il punto finale va posto sempre fuori dalle sergentine o dai trattini, tranne ovviamente nei casi di punti esclamativi e interrogativi, che sono parte del dialogo, così come i puntini di sospensione. Questo vale anche nel caso di chiusura di un capitolo con un dialogo. 

Attenzione alle virgole, che cambiano di significato le frasi e non possono essere utilizzate solo per cadenzare un discorso.

Ancora sul dialogo diaretto: se la frase si spezza e poi riparte dopo un piccolo inciso, è necessario non utilizzare la maiuscola. 

Esempio: «Domani mattina, se vuoi» disse Sandro aprendo il cofano «vieni qui e ti spiego un paio di cose» concluse, ammiccando.

Parentesi, punteggiatura e spaziature

Parliamo ora di parentesi. Innanzitutto diamo subito una chiarificazione: né parentesi tonde, né quadre, né qualsiasi altro segno che non siano punto, puntini, virgola, oppure segni di chiusura di dialoghi e citazioni necessita dello spazio immediatamente successivo. Facciamo quindi alcuni esempi pratici.

Esempio di uso delle parentesi: Ieri Lucio aveva corso all’aria aperta (se un cantiere si considera aria aperta).

Esempio di uso delle virgolette seguite da virgola: Il manifesto recava “Iscrivetevi oggi”, ma ad Anna non piaceva l’idea.

Esempio di punto esclamativo nelle parentesi: Quando ritrovò Fabio (che gioia per Fabrizio trovarlo!), prima dell’inizio del ballo, i due si abbracciarono.

Vale la pena menzionare che la parentesi di chiusura è sempre attaccata al segno di punteggiatura che la precede, se c’è. Virgole e punti di fine frase vanno invece posti fuori dalle parentesi.

Punti, puntini e virgole

Tre regole velocissime e scritte sulle tavole di granito di Infuga: non inserire uno spazio prima dei puntini di sospensione, mai. Non inserire spazi prima delle virgole, mai. Non inserire uno spazio prima dei punti di chiusura, mai.

Non osate inserire più di tre puntini per la sospensione, né tantomeno meno. I puntini sono tre, solo tre, sempiternamente tre.

Punto esclamativo e interrogativo insieme sono da dosare con estrema parsimonia: solo un urlo interrogativo shockato lo giustifica, qualcosa di sconvolgente, imprevedibile. Praticamente una minaccia di livello Cthulhu o simili. In tutti gli altri casi, meglio scrivere che il tono della domanda era sorpreso.

Cortesie di redazione

I seguenti consigli sono un mix fra cortesie da seguire per la redazione e correzioni comuni, che diamo per scontate e che limitano severamente la nostra decisione di scegliere o meno un testo per la pubblicazione.

Mai lasciare uno spazio fra la parola e il segno di punteggiatura successivo. Gli spazi fra parole e segni non esistono: c’è LO spazio, uno e uno soltanto, sempre.

Proprio riguardo solo e soltanto: impariamo la differenza, è importante. Soltanto ha un suo uso, solo un altro, non sono sempre intercambiabili. Il significato è lo stesso, ma il contesto cambia.

Parole straniere: attenzione a quelle di uso comune nella lingua italiana. Quelle non comuni vanno inserite fra virgolette perché considerate speciali, oppure messe in corsivo.

D eufoniche e l’inferno di lettura

Una menzione speciale va alle D eufoniche davanti alle vocali. Se un tempo era tutto apprezzato (alcuni direbbero “bbonu e biniritto”), oggi l’evoluzione della lingua e della scrittura ci ha portati a considerare le d un sistema datato e che rallenta la lettura.

Iniziamo con la e: si usa “ed” solo se la parola che segue inizia con la e. Stesso vale per “o e “ad”.

È, non “è”. Per scrivere la È grande, basta tenere premuto alt e comporre 212 sul tastierino numerico. Se avete tastiere prive di NumLock, potete utilizzare un correttore automatico che vi sostituisca le è piccole ad inizio frase, oppure a fine capitolo utilizzare la funzione di cerca e correggere le è piccole.

Non scrivere la e con l’apostrofo, non è una soluzione accettabile in scrittura.

Apostrofo e imperativi o parole troncate (elisione): cerchiamo di inserirli sempre. I dialetti che troncano le parole non sono facilmente leggibili per tutti e gli imperativi, invece, è regola grammaticale che abbiano l’apostrofo. “Va’”, “sta’”, “fa’”… questo vale anche per “pò”, che non esiste, non è una parola italiana, non significa NULLA! Serve l’apostrofo, va scritto “po’“, perché è una troncatura di “poco”.

Gli apostrofi vanno invece omessi in caso come “do”, “fa” e altri casi in cui si utilizza il verbo nella forma appropriata, senza troncature.

Dubbi e risoluzione drammi grammaticali

A volte ci dimentichiamo di differenze che consideriamo minime. Segue una lista di regole utili da avere sotto mano.

C’è o ce: la prima è per indicare qualcosa che esiste e si trova da qualche parte, la seconda è un pronome o un avverbio.

Di, dì o di’? Non intercambiabili. Il primo è una preposizione, il secondo significa “giorno” e il terzo è un imperativo del verbo dire.

Da, dà o da’? Uguale a sopra, tranne che dà è presente di dare e da’ imperativo.

Fa o fa’? Il primo è indicativo o una nota musicale, il secondo è imperativo, o dialettale.

Li o lì? Il primo è pronome, il secondo è avverbio, indica un luogo.

Si o sì? Primo pronome o nota, secondo affermazione.

La o là? Primo articolo o nota, secondo avverbio.

Sta o sta’? Nel primo caso è indicativo presente, nel secondo è imperativo o dialettale.

Va o va’? Uguale a sopra.

Ne, né o n’è? Il primo è avverbio, o particella pronominale -> “ne beneficiarono tutti”. Né è negazione ed esclusione, n’è è né + è.

Se o sé? Se è congiunzione, sé è pronome personale.

A riguardo di questo, vale la pena menzionare le forme “sé stesso” e “se stesso”. Entrambe sono riconosciute valide, ma per coerenza visuale e grammaticale è preferibile la forma “sé stesso”, in quanto di norma si usa “sé” (con l’accento acuto).

Te, tè o the? Grande confusione sopra e sotto il cielo qui. Te è il pronome e lo sappiamo bene, tè è invece un’italianizzazione dell’inglese “tea”, così come the o thé. A questo punto optiamo per uniformare il tutto e italianiazziamo con “tè” la nostra bevanda preferita.

Accenti e monosillabi: facciamo una lista, così da semplificare le cose.

Con accento: ciò, cioè, dà, dì, è, già, giù, là, lì, né, può, più, sé, sì, tè. (occhio ai tipi di accenti)

Senza accento: da (preposizione), e (congiunzione), la (articolo), li (pronome), ne (pronome/avverbio), se (pronome/congiunzione), si (pronome), te (pronome), di (preposizione), blu, fra, tra, fu, ma, su, qui, qua, no, so, sa, tre.

Elisione sulle vocali: non esageriamo.

Nella lingua scritta l’elisione è abbastanza rara, utilizzandola soprattutto per articoli determinativi e indeterminativi che creano cacofonia. Bell’e fatto, tutt’un pezzo, d’ora in poi, l’ho e altre forme “comuni” risultano molto strane e brutte quando messe in forma “corretta”.

No invece agli apostrofi di qual (qual è, qual buona notizia), tal (tal Giorgio si diceva che…), qualcun in forma maschile o neutra (qualcun altro, qualcun’altra).

Ricordiamo: apostrofi necessari in caso di aferesi e troncature. ‘sto qua, ‘sta cosa, fa’ un po’

Apostrofi e annate: anni 30 implica già gli “anni ‘30”, ma “il 600”, “gli anni 30” è meglio invece scriverli “il Seicento”, “gli anni Trenta” e così via.

Parole da scrivere separate

Altra lista utile di forme corrette delle parole. Abbiamo escluso quelle che hanno significati diversi con usi diversi (a fianco/affianco).

a proposito

al di sopra

al di sotto

all’incirca

d’accordo

d’altronde

in quanto

poc’anzi

quant’altro

senz’altro

tra l’altro

tutt’altro

tutt’e due

tutt’oggi

tutt’uno

Vanno invece unite parole come:

allorché

almeno

benché

bensì

buonasera

buongiorno

chissà

dinanzi, dinnanzi

dopodomani

dovunque

ebbene

eppure

finché

finora

giacché

invano

laggiù

lassù

neanche

nemmeno

neppure

nonché

ossia

ovvero

ovverosia

perciò

perfino

pertanto

pressappoco

quaggiù

qualora

quassù

sebbene

sennonché

seppure

sicché

siccome

sissignore

soprattutto

sottosopra

talora

talvolta

tuttavia

tuttora

Fanno eccezione alcune parole dove la forma alternativa non assume significati diversi e, dunque, la grafia è corretta in entrambi i casi.

ciò nonostante/ciononostante

fintanto che/fintantoché

gran che/granché

per lo meno/perlomeno

per lo più/perlopiù

quanto mai

Rimane ovvio che gli editor interverranno con le correzioni nel caso ci fosse bisogno. Questo non significa però che gli scrittori sono autorizzati a masticare un libro e proporlo, giusto? D’ACCORDO? (cit.)